domenica 23 gennaio 2022
La moderna Inquisizione
Realtà umana, che traspare in tutta la sua forza nel libro del 1964 di Leonardo Sciascia “Morte Dell’Inquisitore”. Un’inchiesta storica in cui lo scrittore siciliano ripercorre la triste vicenda del frate di Racalmuto, Diego La Matina (1622-1658) che fu vittima della follia repressiva che contraddistinse l’Inquisizione spagnola in Sicilia, tra il XV e il XVIII secolo che, con la connivenza del potere locale, condusse al rogo 234 vittime.
Sciascia, basandosi sui pochi documenti a disposizione - nel 1783, un anno dopo l’abolizione dell’istituto dell’Inquisizione, l’archivio del tribunale a Palermo fu incendiato per ordine del vicerè Caracciolo - scrive che fra Diego la Matina fu arrestato con l’accusa di eresia per ben tre volte, ma era stato liberato poiché aveva abiurato. Ma nel 1656 fu arrestato di nuovo e condotto alle carceri di Palazzo Steri a Palermo, da dove riuscì a fuggire ma solo per un breve periodo. Durante quest’ ultima carcerazione subì incessanti torture che, logorandolo, lo indussero a scagliarsi contro il suo carnefice, monsignor de Cisneros, e a colpirlo con i ferri che aveva ai polsi, uccidendolo.
Questo suo ultimo atto gli valse la pena di morte. Così due anni dopo fu preparato uno spettacolo pubblico, con palchi addobbati, invitati illustri e banchetti per celebrare la sua condanna.
Fu condotto legato a una sedia e imbavagliato davanti al tribunale dell’Inquisizione presieduto da Los Cameros e gli fu letta la sua colpa: ERETICO.
E, poco prima di morire, a dimostrazione che non si era piegato, pronunciò una frase emblematica: Dunque Dio è ingiusto.
Parole forti che racchiudono in sé, tutta la sua disperata consapevolezza dell’ingiustizia imperante nella società, nelle leggi che la regolavano e nella religione che agiva con ferocia proclamandosi invece una fede di carità e amore
Le menzogne proferite dagli inquisitori, rivelano tutta la loro nefandezza nell’accusa mossa al frate di essere un uomo rozzo, incolto e ignorante, quando invece egli era perfettamente in grado di sostenere discussioni dotte come nell’ultima notte con i nove teologi che tentarono di farlo abiurare. La loro ipocrita mistificazione della realtà mostra con evidente chiarezza il modus operandi della Santa Inquisizione, una struttura ben organizzata e disposta a tutto pur di schiacciare ogni forma di indipendenza intellettuale.
Ma, come scrive Sciascia, fra Diego rimase immutato e fermo nel suo “Tenace Concetto”, e sostenne con determinazione una sua concezione della vita e della religione anche se in contrasto con quelle che la Chiesa voleva imporre.
Attraverso la sua storia Sciascia, mise in primo piano la fierezza di un uomo che non ebbe paura di far sentire la sua voce, che “agitò il problema della giustizia” contro le ingiustizie sociali, contro le iniquità e contro le usurpazioni dei beni e dei diritti, in un momento di forti ingiustizie. Ma soprattutto un uomo che pur “identificando il proprio destino con quello dell’uomo e la propria tragedia con quella dell’esistenza” mantenne alta la propria dignità, un “eretico non di fronte alla religione ma di fronte alla vita” così come aveva fatto cinquant’anni prima Giordano Bruno che nel 1600 era stato arso al rogo a Roma per non aver mai ritrattato le sue idee.
Fra Diego, piccolo frate del nostro passato, si eterna in un grande uomo ribelle e diviene per noi siciliani, simbolo, del nostro desiderio e bisogno, al tempo stesso, di indipendenza. La sua vita e le sue azioni, emergono dalla nostra storia e ribadiscono, in una società odierna, offuscata dalle nebbie dell’appiattimento ideologico e culturale, che ognuno di noi non può e non deve essere privato della propria libertà di pensiero, un diritto imprescindibile per la nostra identità. Anche se oggi, sempre più spesso, ci ritroviamo imbrigliati nella fitta rete tessuta dalle moderne forme di inquisizione, generate da poteri politici chiusi nelle loro ideologie di sopraffazione e da logiche economiche di profitto, che, in modo subdolo si insinuano nella società, si travestono di democrazia e di forme di libertà di pensiero, ma in realtà strisciano viscide attraverso i mass media, le scuole e sgretolano in modo impercettibile valori e ideali fino a trasformarsi in convincimenti omologati delle masse inconsapevoli, in opinioni che intorpidiscono lo spirito critico, che indeboliscono la capacità di giudizio e che mirano ad annullare ogni forma di dissenso. Le nuove forme di inquisizione agiscono nell’ombra e, come bestie fameliche, divorano la nostra dignità di uomini liberi.
Perché come scrisse Leonardo Sciascia “Mi sono interessato all’Inquisizione poiché questa è lungi dal non esistere più nel mondo”.
domenica 9 gennaio 2022
Il Paladino Uzeta: il nostro riscatto
Uzeta, figlio di un umile tessitore, della via Naumachia, era innamorato della principessa Galatea, ma consapevole del suo basso rango, volle riscattare le sue origini grazie al suo coraggio e alla sua determinazione. Lottando con vigore, sconfisse gli Ursini, i giganti saraceni che abitavano il Castello Ursino, conquistandolo e liberando la città dalla tirannia di quei mostri. Divenuto un eroe per i suoi concittadini, il re Cocolo lo nominò cavaliere e gli concesse in sposa la figlia Galatea. Ma il suo valore non lo fermò così, dopo aver liberato Catania, liberò anche Roma dai Berneri, Vienna dai Tartari, e divenne Principe del Simeto, Gonfaloniere della Chiesa e anche Arciduca di Vienna, e Cavaliere della Legion d’Onore.
Leggenda eroica che, oltre a celebrare la forza intrinseca del sentimento d’amore, pone in primo piano il temperamento audace di Uzeta. Ma soprattutto una leggenda di origini recenti, in quanto il personaggio del giovane paladino nacque agli inizi del Novecento, grazie alla fantasia di un noto puparo di Catania, Don Raffaele Trombetta che volle regalare alla città un paladino tutto catanese, ispirandosi a un antico mito popolare che narrava di mostruose creature mitologiche, che avevano conquistato il castello Ursino e che poi erano state spodestate nell’XI secolo dal conte normanno Ruggero. Leggendari giganti saraceni che, secondo la fantasia popolare, vennero chiamati Ursini, intrecciando così il mito con la realtà storica in quanto la fortezza, fatta ergere nel XIII secolo da Federico II, veniva chiamata Castrum Sinus, castello del golfo, poiché si trovava in una posizione dominante sul golfo catanese fino a che l’eruzione del 1699 non la circondò di lava allontanandola dal mare. Questa espressione latina, nel tempo, perse la sua pronuncia originaria acquisendo la sua denominazione attuale.
Qualche anno dopo, questa storia fu ripresa e trasformata in un romanzo a dispense dal giornalista Giuseppe Malfa, e affascinò fin da subito i catanesi che elevarono il paladino Uzeta a simbolo del coraggio insito in ognuno di loro e le sue gesta impavide lo resero un eroe dell’Opera dei Pupi, dove compare sempre con la sua armatura nera e con l’insegna del “Liotru”, l’elefante emblema della nostra città.
Uzeta, si trasforma, negli anni, in una figura storica, e le sue imprese fanno di lui un uomo valoroso al pari di paladini come Orlando, Rinaldo o Bradamante. Eroe, accanto ai prodi che popolano i poemi cavallereschi, concretizza in sé il sentimento di riscatto non solo dei catanesi ma di tutto il popolo siciliano.
Un popolo che, lungo i secoli, ha sopportato con fiera dignità numerose dominazioni straniere, ma è sempre riuscito a scacciarle in nome di quel principio di libertà che lo ha sempre animato. E che oggi, nonostante sia stato martoriato da anni di politiche paralizzanti e svilenti e penalizzato da pesanti disagi economici e sociali, mostra con caparbia ostinazione tutto il suo coraggio nel voler valorizzare ad ogni costo questa nostra Isola.
Se, come sostiene la scrittrice Maiuri, la storia di Uzeta acquistò popolarità in un particolare momento storico sociale, negli anni in cui il sindaco socialista De Felice tentava di modernizzare la città, sollecitando i catanesi a riscattarsi, allora le sue gesta assurgono a modello da emulare e la sua storia si radica nelle coscienze per risvegliarle, per incitarle a non lasciarsi sconfiggere dalle difficoltà.
Però, nonostante il suo mito sia stato perpetuato in una scultura bronzea nel 1957 dagli artisti Mimì Maria Lazzaro e Domenico Tudisco e sia stato ricordato anche dal disegnatore Alex Maleev in un manifesto dell’Etna Comics nel 2017, il suo coraggio indomito e il significato profondo delle sue azioni, rischiano di perdersi tra i vicoli bui di una società soffocata da una piatta omologazione e di perdersi nei meandri dell’oblio.
Ma il paladino Uzeta, altero e sempre fedele ai propri ideali, con il suo sguardo fisso sulla nostra città, sembra non volersi arrendere di fronte all’attacco sempre più pressante di una massificazione culturale e morale che ci priva dei nostri valori più profondi e ci rende inconsapevolmente apatici.
Per nulla intimorito, con una mano stretta con decisione sullo scudo, continua a testimoniare con tenacia la sua dignità di uomo e la sua forte personalità per spronare i giovani catanesi a una rinnovata rinascita ricordando loro che ognuno di noi possiede dentro di se la forza per lottare e cambiare non solo il proprio destino, ma anche quello della nostra terra.
giovedì 9 dicembre 2021
I fratelli Pii: la nostra fuga
La storia di Catania si intreccia in un nodo indissolubile con le sue leggende, che come sottili fili del tempo, perpetuano in modo simbolico, antichi valori e li cristallizzano nella memoria collettiva, elevandosi a modelli eterni da emulare che definiscono l’identità stessa della nostra città. Miti che attraversano inalterati il lento fluire degli anni e che si trasformano in percorsi di conoscenza per ogni catanese.
Come l’antichissima storia dei due fratelli Anfimonio e Anapia, le cui origini si perdono negli albori della nostra civiltà.
Essi vivevano ai piedi dell’Etna, a Catania. Un giorno mentre erano intenti nel loro lavoro dei campi, furono colti da un’improvvisa e violenta eruzione che raggiunse e incendiò Catania. Mentre gli abitanti cercavano di salvare le loro ricchezze, i due giovani pensarono a porre in salvo solo i loro genitori anziani. Uno caricò sulle spalle il padre e l’altro la madre e fuggirono, ma impediti dal peso rallentarono la loro corsa. La lava che scorreva veloce divorando ogni cosa, li raggiunse, ma a un passo da loro, si aprì in due lingue di fuoco e risparmiò le loro vite.
Racconto nato alle falde del Vulcano, rivela il legame stretto che è sempre esistito tra i catanesi e la loro Montagna, un rapporto complesso, fatto di timore ma anche di rispetto, perché essa è un “Catasto Magico”, così come è stata definita da Maria Corti nel suo libro, distruttrice ma, al tempo stesso fonte di vita, come una madre che accoglie nel proprio grembo i figli. E i due fratelli sfuggono alla forza devastatrice della lava non solo per la loro audacia ma soprattutto per la loro nobiltà d’animo.
Il loro straordinario eroismo, conquistò i concittadini che li soprannominarono i fratelli Pii e denominarono Campi Pii i luoghi che avevano attraversato durante la fuga, celebrando così la loro profonda Pietas che nel mondo antico indicava un sentimento di rispetto verso la patria, la religione e la famiglia, a differenza di oggi in cui il termine ha assunto un significato di compassione e misericordia.
Il fascino del loro valore morale si impresse in modo indelebile nell’animo di Catania che coniò delle monete celebrative e si contese a lungo i loro natali con la città di Siracusa.
Il gesto dei due fratelli, attraversa il tempo, immutato nella sua valenza, e assurge a simbolo eterno di amore filiale, sentimento puro che va oltre la stessa vita. Così lo storico e geografo Strabone del 63 a.C., quando scrive di Catania li pone come esempio da seguire nel volume terzo della sua opera La Geografia.
In epoca romana la loro eccezionale devozione si trasfigura in una poesia anonima, Aetna, inserita poi nell’appendice Virgiliana insieme alle opere giovanili del poeta Publio Virgilio Marone. Ma lo stesso poeta ne trae ispirazione nel libro secondo dell’Eneide, per caratterizzare l’animo di Enea, che fuggendo da Troia in fiamme porta sulle proprie spalle il vecchio padre Anchise. Così come Pausania il Periegeta, scrittore del II secolo d.C., nella sua opera Periegesi della Grecia, quando scrive che gli antichi stimavano molto i genitori, cita l’eroismo dei due fratelli.
Slancio affettivo intenso che ha emozionato anni dopo anche lo scrittore di Linguaglossa Santo Calì che ha raccontato questa storia nell’opera La Notti Longa e che poi è stata illustrata da Sebastiano Miluzzo.
Ma che ogni giorno, ieri come oggi, viene celebrato da tutti quei figli catanesi che, nella quotidianità delle loro vite, stanno accanto ai propri genitori anziani, si prendono cura di loro, portando sulle spalle le loro sofferenze e riempiendo il silenzio delle loro case. In questo modo la leggenda dei due fratelli si tramuta nella storia di ogni figlio che affianca la propria esistenza a quella dei propri genitori, preservandone la memoria, perpetuando, nell’attualità della nostra società, scandita dalla frenesia del tempo, un valore antico e profondamente insito nell’anima siciliana: il rispetto per chi ci ha dato la vita. I nostri genitori costituiscono il nostro passato ma definiscono il nostro presente se vogliamo affrontare il futuro.
Ma spesso, noi, uomini e donne dei nostri tempi, sempre di corsa, in una eterna fuga per noi stessi, volta a rincorrere i nostri bisogni e le nostre necessità, dimentichiamo di voltarci indietro verso di loro, e continuiamo ad annaspare in una estenuante lotta senza meta come barche in balia di onde sempre più grandi.
Distratti dalla superficiale materialità delle immagini che scorrono veloci, ci dimentichiamo che la vera fuga delle nostre vite è quella che compiamo portandoli in spalla insieme a noi.
domenica 21 novembre 2021
Gammazita: la forza di ogni donna
Come la commovente storia della giovane Gammazita, una bellissima fanciulla catanese, vissuta al tempo della dominazione angioina in Sicilia, che era solita andare a prendere l’acqua nel pozzo che ancora oggi si trova in pieno centro storico, adiacente alla cinta muraria a due passi dal Castello Ursino. Di lei si invaghì un soldato francese, Droetto, che però lei rifiutò perchè promessa sposa ad un altro. Ma proprio il giorno del suo matrimonio, mentre si recava a prendere l’acqua, fu aggredita brutalmente dal soldato. Vistasi preclusa ogni via di scampo, si buttò nel pozzo preferendo la morte al disonore. Sconvolti, i catanesi iniziarono una caccia all’uomo e per scovarlo venne chiesto a tutti i passanti di pronunciare la parola dialettale “Ciciri” in italiano Ceci, così lo straniero, non essendo in grado di farlo correttamente, fu individuato.
Connubio perfetto tra mito e storia, questa leggenda fonde la realtà storica con il sentimento patriottico fortemente radicato nella nostra Isola. Essa trae spunto dai contrasti sorti tra i dominatori francesi e i siciliani durante il periodo della dominazione angioina iniziata nel 1266 con Carlo d’Angiò, che dopo aver sconfitto Manfredi nella battaglia di Benevento, dominò la Sicilia fino al 1282 quando la rivolta dei Vespri Siciliani pose fine al suo governo.
Gammazita si trasforma così in un modello di straordinario coraggio e di determinazione nella lotta contro l’oppressore e la sua storia, raccontata nel corso del tempo, scorre lungo i secoli arricchita di dettagli e nuovi personaggi mantenendo però inalterato il suo messaggio più profondo: il viscerale desiderio di libertà che caratterizza e che arde incessantemente nell’animo di ogni donna siciliana.
Ardore che ha animato semplici donne del popolo la quali hanno partecipato attivamente alle rivoluzioni guidate dagli uomini, come Dina e Clarenza eroine dei Vespri o come, secoli dopo, Rosa Rosso Donato, moglie di uno stalliere, e tosatrice di cani, la quale durante la rivoluzione del 1848, a Messina porta il fazzoletto tricolore al collo e combatte col grado di caporale, riconoscimento conquistato sul campo per essersi posta a scudo umano, e lotta sparando con un vecchio cannone tolto ai borbonici. Stesso ardimento lo si ritrova nella postina catanese Giuseppa Bolognani, ancora oggi ricordata come Peppa a Cannunera, che a Catania, mentre le camicie rosse di Garibaldi avanzano a Palermo, conquista un cannone e lei stessa accende la miccia per scompaginare le fila dei nemici e poi lo piazza alla Marina e attacca la nave da guerra che sta cannoneggiando la città. E ancora sono sempre le donne siciliane che hanno iniziato la resistenza italiana nei primi di agosto del 1943.
Il loro valore di donne coraggiose ha attraversato i secoli ed è esploso in tutta la sua potenza di fronte a ogni brutale oppressione, ma la loro intraprendenza, fiamma interiore mai spenta, ma sempre alimentata dalla passione ha dato loro la forza di lottare, non solo per la libertà della propria terra ma anche per i propri diritti e la propria dignità, compresse da secoli di ottusità maschilista. Come la baronessa catanese Maria Paternò che nel 1808 fu la prima donna a ottenere il divorzio in Italia o ancora la nostra concittadina Carmelina Naselli che nel 1949 fu la prima docente universitaria in Italia, insegnando nella nostra facoltà di lettere.
La loro caparbia tenacia, le ha portate a conquistare posti di rilievo in campi prettamente maschili, come la politica, per dimostrare tutto il loro spessore culturale e umano e nel 1946 la siciliana Ottavia Penna Buscemi fu la prima donna italiana a essere votata come Presidente della Repubblica.
Eredi di Gammazita hanno sempre posto in primo piano la propria integrità morale, la propria onestà di donne e hanno combattuto con fermezza la Mafia, un cancro che tormenta la nostra terra da tempo immemore e come tale lo hanno affrontato tentando di estirparlo alla radice, come Felicia Impastato, Rita Borsellino e Maria Falcone.
E oggi non si può non ricordare l’impegno costante di tutte le altre donne che operano nell’anonimato, che studiano, lavorano, ed educano i propri figli nella cultura dell’uguaglianza, del rispetto e della reciprocità, e che, con la loro determinazione, dimostrano l’incredibile forza caratteriale della donna siciliana, quella forza che ha reso affascinante questa leggenda e che è stata catturata nell’immagine disegnata nel 2019 da Simone Bianchi nel manifesto della rassegna Etna Comics in cui la giovane, dall’aspetto prominente e dallo sguardo penetrante sembra voler affermare la propria dignità di donna e gridare a gran voce di non cedere mai alla violenza e alla becera follia di uomini frustrati e deboli.
In questo modo Gammazita, riemerge dal nostro passato e insegna alle donne siciliane di ogni tempo a sublimare la propria sofferenza, e a risorgere poiché ognuna porta dentro di se una scintilla del fuoco dell’Etna, “A muntagna”, così come la chiamano i catanesi, che infiamma con superbo orgoglio, l’anima segreta della nostra Sicilia.
venerdì 12 novembre 2021
Colapesce: eroe dei nostri tempi
Piazza Università, inondata dalla luce calda del sole catanese, risplende nel suo abbraccio vivificatore insieme alle eleganti facciate barocche degli antichi palazzi che la circondano, il Siculorum Gymnasium noto come Palazzo dell’Università poiché fu sede della prima Università siciliana fondata nel 1434 dal re Alfonso D’Aragona, il Palazzo Gioieni d’Angiò, il Palazzo di San Giuliano e il retro del Palazzo degli Elefanti sede del Municipio. Essi con la loro sobria signorilità testimoniano la grandezza di un tempo mai sopito, perenne retaggio di valori che ancora oggi animano la vita di ogni catanese.
La pietra lavica della pavimentazione assorbe i raggi nella sua profondità nera e li proietta in bagliori di luce sui quattro candelabri in bronzo che sembrano animarsi di vita propria. Posti ai quattro angoli della piazza, furono realizzati nel 1957 dagli scultori catanesi Mimì Maria Lazzaro e Domenico Tudisco. Silenziosi custodi del patrimonio culturale della nostra città, raffigurano quattro leggende catanesi: Colapesce, i fratelli Pii, Gammazita e il paladino Uzeda; le quali, perdendosi nei meandri più lontani dei tempi antichi, mantengono vivo lo spirito più profondo del nostro essere siciliani e si pongono a noi come modelli da cui trarre forza.
Come Nicola, il leggendario pescatore di Messina, soprannominato Colapesce per le sue straordinarie abilità di nuotatore. Ogni giorno si tuffava in mare e scendeva nei fondali con lunghe immersioni alla ricerca di tesori antichi. La sua fama arrivò all’imperatore Federico II re di Sicilia che lo mise alla prova gettando una coppa in mare, ma Colapesce la riprese subito. Allora ci riprovò con la sua corona che Colapesce recuperò prontamente. Però durante queste immersioni Colapesce si accorse che una delle tre colonne che sorreggono la Sicilia, quella di Capo Peloro, era crepata dal fuoco sotto l’Etna. Lo raccontò al re che però non gli credette accusandolo di mentire per non voler più immergersi. Allora il giovane si lanciò di nuovo in mare con un pezzo di legno per dimostrargli l’esistenza del fuoco, ma non riemerse più, ritornò a galla solo il pezzo di legno bruciato a dimostrazione della sua tesi. In realtà Colapesce non morì ma scelse volontariamente di non riemergere e di sorreggere la colonna sotto l’Etna per evitare che la Sicilia sprofondasse. E se qualche volta la terra trema proprio tra Catania e Messina ciò è dovuto perché Colapesce si muove per cambiare lato della sua spalla.
Le origini di questa suggestiva leggenda si perdono nei misteri e nei riti di un tempo lontano e sembra collegarsi al culto tardo pagano dei figli di Nettuno secondo il quale essi, accoppiandosi con misteriosi animali marini, divenivano sommozzatori dotati di poteri magici in grado di trattenere il respiro.
Racconto mitico tramandatosi per via orale attraverso i secoli e poi affiorato in testi scritti. E una sua prima attestazione letteraria risale al XII secolo grazie al poeta franco-provenzale, Raimon Jordan, che narra di un giovane di nome Nicola che viveva come un pesce. Ma anche in Inghilterra il monaco Walter Map scrive di un Nicolaus che viveva immerso nel mare senza respirare.
La sua forza intrinseca, rimasta inalterata nel tempo, è giunta fino ai giorni nostri e si pone come monito ma soprattutto come sprone per ogni siciliano che da questo esempio di sacrificio estremo trae fermezza e determinazione. Qualità evidenti nell’impegno costante di molti nostri giovani che hanno deciso di investire ogni loro risorsa nella nostra Isola. Catturati dal suo fascino selvaggio intriso di vitalità esuberante, hanno lavorato questa nostra terra e dato vita ad aziende agricole di rilievo, hanno curato con dedizione rigogliosi vigneti alle pendici dell’Etna e hanno prodotto vini di qualità che si sono imposti come marchi di rilievo. Lo stesso Michele Cappadonna, presidente di AGCI Sicilia, ha affermato con orgoglio il ruolo determinante della nostra regione in questo settore sempre più in espansione, con colture sempre più rispettose dell’ambiente. E ancora, altri giovani, proiettati in un
futuro digitale, ma decisi a non andare via, hanno lottato e dato vita proprio a Catania, presso Palazzo Biscari, alla prima Startup, un’impresa che unisce innovazione e avanguardia per creare progetti che abbiano un alto impatto economico e sociale e che facciano della Sicilia la leadership di tutto il Mezzogiorno.
Tutti loro, novelli Colapesce, animati da un profondo amore e rispetto per questa nostra terra, la sorreggono giorno dopo giorno manifestando tutto il loro orgoglio nell’appartenervi volendo far conoscere al mondo intero i nostri valori più profondi. In questo modo l’impegno e il sacrificio del leggendario pescatore di Messina si perpetua ogni giorno nelle loro azioni e si rinnova con sempre più vigore in un armonioso e invisibile legame che unisce eroi di un tempo arcano con questi eroi dei tempi moderni.
Pupi moderni senza onore
Nell’era della tecnologia e della multimedialità parlare dell’Opera dei Pupi significa ritornare indietro in un luogo sbiadito del nostro pa...
-
Nell’era della tecnologia e della multimedialità parlare dell’Opera dei Pupi significa ritornare indietro in un luogo sbiadito del nostro pa...
-
Questa nostra società, preoccupata di mantenere inalterata la sua apparente perfezione e affannata nella sua spasmodica ricerca di porsi com...
-
Nella nostra esistenza, sempre più dominata da un razionalismo imperante, le antiche leggende, come inaspettate luci, emergono dalle nebbie ...


